ARCHES NATIONAL PARK

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Torniamo al percorso principale: all'uscita del canyon del coniglietto, oltre una pianura facilmente attraversabile, la guida ci indica l'esistenza del «Broken Arch». Ci dirigiamo lì, mentre dei tuoni in lontananza preannunciano che si sta preparando il puntuale temporale delle 18:00.

Neanche il «Broken Arch» è una struttura particolarmente imponente. Ma anche in questo caso il fascino è costituito dal silenzio, dalle suggestioni delle rocce, dall'assenza totale di persone - fatta eccezione per un impertinente gruppetto di giapponesi che ha la brillante idea di materializzarsi dal nulla proprio mentre Vincenzo sta facendo pipì.

A oriente il cielo è ancora sereno, ma ad ovest i nuvoloni (i fatidici cumulonembi) si fanno sempre più cupi e rumorosi. Forse proprio per questo l'atmosfera si carica di una forte suggestione e... Sento lo spirito di un vecchio navajo che mi sussurra: «Cuannu gghiovi pa' California, inchi a béttula e fui pi ttri gghionna!. Non conosco l'antica lingua navajo, ma comprendo che è meglio accelerare i tempi...»

Ci affrettiamo a tornare verso la macchina, sia pure a malincuore, dato che ogni pietra meriterebbe una foto o un attenzione particolare.

Prima che scoppi il temporale vorremmo arrivare all'estremità nord del parco, a oltre venti chilometri dall'ingresso. Sarebbe un peccato non vedere il «Landscape Arch» (foto a sinistra), anche perchè, dopo un crollo verificatosi dieci anni fa, la struttura si è assottigliata di molto. La campata è grandiosa, ma ci limitiamo a osservarlo da un centinaio di metri. Non è il buio incombente a scoraggiarci (abbiamo una torcia), ma il temporale sempre più vicino. Faremo giusto in tempo ad arrivare alla macchina. Ah, il vecchio saggio spirito navajo!

Torniamo al parco il giorno successivo dopo aver dedicato la mattinata al «Canyonland National Park». Vorremmo andare a vedere il «Delicate Arch»; tuttavia, decidiamo per un'ennesima deviazione verso le «Windows».

Si tratta di due archi ravvicinati, formatisi nella stessa formazione rocciosa uno al fianco dell'altro. In realtà a me sembrano più i due occhi di una faccia (foto in basso a destra): c'è pure il nasone nel mezzo!

Non lontano dalle «Windows» c'è il complesso del «Double Arch». E' forse l'arco che mi è piaciuto di più: le due campate formano una sorta di triangolazione con la parete rocciosa, e, guardando dalla giusta posizione,...

...l'arco più che doppio sembra addirittura triplo! Anche in questo caso non è facile descrivere la magia del posto. Sembra di essere dentro delle scatole cinesi; non si sa se guardare in alto la possente struttura degli archi, oppure se...

...perdersi con lo sguardo oltre l'apertura che volge a occidente. Piacevolmente confuso, mi siedo a meditare su ciò che potrebbe essere il... "bordo del tempo". E forse non sono lontano del vero, se consideriamo che - incredibile! - anche stavolta si è fatto troppo tardi per andare a vedere l'attrazione numero uno dello Utah: il «Delicate Arch»! Che rammarico! Lasceremo Moab senza aver visto questa meraviglia se non nella penombra della sera da circa mezzo chilometro di distanza. Un buon motivo per pensare di tornarci un giorno?

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